Il vino non è in crisi, è fuori contesto: se vogliamo parlare al futuro, dobbiamo smettere di difendere il passato

Emiliano De Venuti  | 19 Feb 2026

Ogni volta che escono i dati sui consumi la conclusione è sempre la stessa: i giovani bevono meno vino, la Gen Z si allontana, il settore è in difficoltà. È una narrazione che rassicura perché sposta il problema fuori da noi. Il punto non sarebbe il vino, ma le nuove generazioni. Troppo distratte, troppo salutiste, troppo lontane dalla tradizione.

E se fosse il contrario?

La verità è che il vino non è peggiorato. Anzi. La qualità media non è mai stata così alta, la consapevolezza produttiva è cresciuta, l’attenzione ai territori è più forte che mai. Eppure, qualcosa si è rotto. Non nel prodotto, ma nel modo in cui lo facciamo vivere.

Il vero problema è la Gen Z?

La Gen Z non rifiuta il vino. Rifiuta il contesto in cui lo abbiamo incastrato.

Oggi il consumo è cambiato profondamente. Le persone non scelgono solo in base a cosa bevono, ma in base a come si sentono mentre lo fanno. Scelgono ambienti, atmosfere, identità. Vogliono esperienze coerenti, non lezioni. Vogliono sentirsi parte di qualcosa, non sotto esame.

Il vino, invece, troppo spesso viene ancora proposto come una prova da superare. Vitigno, annata, denominazione, tecnica di vinificazione. Tutto giusto, tutto importante. Ma se il primo impatto è l’ansia di non sapere abbastanza, la scelta diventa faticosa. E oggi nessuno esce per fare fatica.

La nuova socialità non è eccesso, è qualità della relazione. Si beve meno, ma si sceglie meglio. Cresce l’attenzione al low alcol, alla consapevolezza, alla lucidità. Non è moralismo, è controllo. Non è rifiuto del vino, è rifiuto di un modello di consumo che non rispecchia più il tempo che viviamo.

L’esperienza è parte del prodotto

Intanto la mixology cresce. Non perché sia superiore, ma perché ha capito prima una cosa semplice: l’esperienza è parte del prodotto. Il gesto, la musica, la luce, il design del locale, il modo in cui il drink arriva al tavolo. Tutto costruisce desiderabilità.

Il vino può fare la stessa cosa. Ma deve accettare di uscire dal suo recinto autoreferenziale. Deve entrare nel linguaggio contemporaneo, dialogare con la drink culture, sperimentare formati, contaminarsi con il mondo del bar, integrare il low alcol senza viverlo come un compromesso.

Non si tratta di abbassare il livello. Si tratta di alzare la rilevanza.

Chi lavora nel mondo dei grandi eventi lo vede chiaramente. Non basta più mettere insieme tante etichette e aspettare che il pubblico arrivi. Le persone cercano ambienti progettati, esperienze curate, coerenza narrativa. Vogliono sentirsi dentro un ecosistema, non davanti a uno stand.

Il vino torna desiderabile quando è inserito in un contesto che lo valorizza senza intimidirlo. Quando diventa parte di una serata, di una conversazione, di una colonna sonora. Quando smette di essere protagonista tecnico e diventa elemento culturale.

In cosa si rischia veramente?

Il vero rischio non è perdere i giovani. È restare fermi mentre il mondo cambia.

Ogni generazione ha riscritto il modo di bere. È sempre successo. La differenza è che oggi il cambiamento è più veloce e più visibile. Se continuiamo a difendere la tradizione come se fosse un monumento intoccabile, la trasformiamo in museo. Se invece la consideriamo materia viva, capace di evolvere, allora il vino torna ad avere futuro.

Non dobbiamo convincere la Gen Z che il vino è importante. Dobbiamo chiederci perché dovrebbe essere importante per loro. La risposta non è nella retorica, ma nel progetto. Nei contesti che creiamo, nel linguaggio che scegliamo, nelle esperienze che costruiamo.

Il vino non è in crisi. È fuori contesto.

E chi saprà riprogettarlo dentro il presente, non solo lo salverà: lo renderà di nuovo centrale.

Emiliano De Venuti
Emiliano De Venuti



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